Lavori usuranti

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Una delle tecniche retoriche, maggiormente utilizzate dagli MRA, INCEL e tutta la feccia della misoginia militante (il nuovo anti-femminismo: in realtà non è altro che misoginia mascherata), sarebbe quella secondo cui le donne pretenderebbero la parità solo negli ambienti professionali prestigiosi e ben retribuiti, ma non chiederebbero mai la “parità” nei lavori più usuranti come nella carpenteria, nelle fonderie, in miniera, etc. Da diversi anni utilizzano questo piagnisteo, questa piagnucolosa, vuota e livorosa tecnica retorica (che denuncia il loro vuoto neuronale), senza portare dati, fonti, numeri, ricerche e prove tangibili a supporto del loro pregiudizio misogino. Premessa: evidentemente questi misogini militanti (oltre ad essere tali) sarebbero anche persone che non hanno mai viaggiato in vita loro e che, probabilmente, non avranno messo piede neanche in Sardegna.
Senza uscire fuori dall’ Italia (ad esempio), in Sardegna, le donne minatrici sono sempre esistite e sono anche famose per i loro scioperi e lotte/rivendicazioni sindacali. In Germania, paesi scandinavi, UK e USA, le donne magazziniere, carpentiere, saldatrici, meccanico, idraulico, etc. si trovano spesso e sono la NORMA. In UK le donne nere si intravedono, spesso, a guidare grandi autobus di linea e camion! Ad andare in guerra, da diversi anni ci sono anche le donne! Sono ormai diversi decenni che USA, UK e persino la Russia (e tanti altri paesi) inviano al fronte anche le donne.
Insomma: burini provincialotti cresciuti sulla montagna del sapone!
Dulcis in fundo: è vero, in Italia, vi sono poche donne meccanico, saldatrici, idraulico, carpentiere e camioniste. In compenso, si tratta di mestieri da diversi anni, ormai, sempre più diffusi tra i migranti, in particolare tra i Romeni, gli Albanesi e Arabi. Non risulta affatto che i penedotati italiani facciano a gara nel farsi assumere come carpentieri o saldatori… Tutt’altro! Mi chiedo, a questo punto, se tutti questi MRA e INCEL provengano tutti dall’ Est o siano tutti arabi. Non sembrerebbe affatto siano stranieri giacché la loro misoginia va di pari passo con il loro razzismo e la richiesta di chiudere le frontiere. Per concludere: si tratta di lavori che, ormai, sono sempre più meccanizzati e la forza fisica non è più necessaria da tempo…
Evidentemente, gli MRA e gli INCEL, oltre a provenire dall’ Est o dal Nord Africa, probabilmente saranno rimasti fermi mentalmente agli anni ’50.
Ritorniamo a fare punto per punto, questo post sarà più lungo degli altri, ma non posso fare diversamente
- Una delle tecniche retoriche, maggiormente utilizzate dagli MRA, INCEL e tutta la feccia della misoginia militante (il nuovo anti-femminismo: in realtà non è altro che misoginia mascherata), sarebbe quella secondo cui le donne pretenderebbero la parità solo negli ambienti professionali prestigiosi e ben retribuiti, ma non chiederebbero mai la “parità” nei lavori più usuranti come nella carpenteria, nelle fonderie, in miniera, etc.
Un esempio di questo lo si può capire proprio dalle pagine femministe, suddette pagine sono pronte a mostrare foto di governi, sia nazionali che stranieri (compresa la UE) dove si vedono la maggioranza uomini, ma non mostrano mai foto di lavori usuranti dove, anche in quella occasione, la maggioranza sono uomini, ma sembra interessare poco
- Da diversi anni utilizzano questo piagnisteo, questa piagnucolosa, vuota e livorosa tecnica retorica (che denuncia il loro vuoto neuronale), senza portare dati, fonti, numeri, ricerche e prove tangibili a supporto del loro pregiudizio misogino. Premessa: evidentemente questi misogini militanti (oltre ad essere tali) sarebbero anche persone che non hanno mai viaggiato in vita loro e che, probabilmente, non avranno messo piede neanche in Sardegna.
Dati e fonti ? Non basta la tragica conta dei morti sul lavoro con percentuali bulgare tutte al maschile ?
- Premessa: evidentemente questi misogini militanti (oltre ad essere tali) sarebbero anche persone che non hanno mai viaggiato in vita loro e che, probabilmente, non avranno messo piede neanche in Sardegna.
Non occorre viaggiare per leggere le statistiche ma, ammettiamo che abbia ragione( e per gli stati oltre la cortina la ha) dove le donne in Russia asfaltano le strade, vediamo dove vuole andare con il suo discorso
- Senza uscire fuori dall’ Italia (ad esempio), in Sardegna, le donne minatrici sono sempre esistite e sono anche famose per i loro scioperi e lotte/rivendicazioni sindacali. In Germania, paesi scandinavi, UK e USA, le donne magazziniere, carpentiere, saldatrici, meccanico, idraulico, etc. si trovano spesso e sono la NORMA. In UK le donne nere si intravedono, spesso, a guidare grandi autobus di linea e camion!
Si, vero, ho visto le donne minatrici in un documentario di ormai tanto tempo fa, adesso non so se le cose sono cambiate, ma il numero era davvero risicato, erano presenti in 2, che poi in altro paesi la situazione sia diversa da quella italiana, non ho motivi per dubitarne
- Sono ormai diversi decenni che USA, UK e persino la Russia (e tanti altri paesi) inviano al fronte anche le donne.
Vero pure questo ma, di solito, sono situazioni diverse che si vedono nei film americani con le donne cazzute che bestemmiano e uccidono a raffica, sembra che le donne siano rivolte nelle retrovie, poi resta sempre il dilemma che, per gli uomini è un obbligo, per le donne è una scelta, non è proprio la stessa cosa
- Dulcis in fundo: è vero, in Italia, vi sono poche donne meccanico, saldatrici, idraulico, carpentiere e camioniste. In compenso, si tratta di mestieri da diversi anni, ormai, sempre più diffusi tra i migranti, in particolare tra i Romeni, gli Albanesi e Arabi. Non risulta affatto che i penedotati italiani facciano a gara nel farsi assumere come carpentieri o saldatori… Tutt’altro!
Si vero, parlo per esperienza personale, io faccio il metalmeccanico e lavoro con gli extracomunitari, ma come gli incel non fanno la fila , non la fanno nemmeno le donne, non vedo donne incatenarsi ai cancelli della fabbrica
- Mi chiedo, a questo punto, se tutti questi MRA e INCEL provengano tutti dall’ Est o siano tutti arabi. Non sembrerebbe affatto siano stranieri giacché la loro misoginia va di pari passo con il loro razzismo e la richiesta di chiudere le frontiere. Per concludere: si tratta di lavori che, ormai, sono sempre più meccanizzati e la forza fisica non è più necessaria da tempo…
- Evidentemente, gli MRA e gli INCEL, oltre a provenire dall’ Est o dal Nord Africa, probabilmente saranno rimasti fermi mentalmente agli anni ’50.
Che l’automazione abbia fatto passi da gigante è vero (non è sempre un bene) poi arriva il carico da 11, cioè il razzismo sempre presente in quei ambienti , che ci siano giovinotti (di solito gli incel sono giovani) che si ispirano a idee di destra può anche essere vero, ma va allo stesso tempo di post come questi dove il razzismo viene superato dal sessismo, anche qui sempre presente nei gruppi femministi
- Evidentemente, gli MRA e gli INCEL, oltre a provenire dall’ Est o dal Nord Africa, probabilmente saranno rimasti fermi mentalmente agli anni ’50.
Non lo so la provenienza degli incel, ma la provenienza delle femministe è italiana e anche di sinistra fucsia e fighetta che è stata la rovina del pensiero comunista
In conclusione, non è altro che il solito piagnisteo (questo si) femminista, dove gli incel sono cattivi e, diciamolo pure trogloditi, loro invece vedono il mondo alla “barbieland”, dove le donne fanno di tutto ,chissà se vedremo la femminista in questione alzare una verga di ferro con 40 gradi, o una fusione di alluminio con temperature più alte o, a luglio, andare sopra un tetto a costriure una casa
Può iniziare lei, cosi apre la strada
Un paio di anni fa lessi alcune statistiche riguardanti i morti sul lavoro in numerosi paesi.
Bene, mi ricordo quanto segue:
Italia: 95% (ma in passato fa era il 97%)
Romania: 96-97%
Norvegia: 98%
USA: 94%
Germania: 90%
Etc etc.
Se le femminucce svolgono gli stessi lavori degli uomini, come mai anche in altri paesi muoiono quasi esclusivamente uomini sul lavoro ?
La fregnaccia secondo la quale al di fuori dei confini nazionali le femmine svolgerebbero gli stessi mestieri degli uomini, è per l’appunto una fregnaccia.
Una rondine non fa primavera e nemmeno tre o quattro.
Io lavoro proprio nell’ edilizia, dal 1992, e a tutt’ oggi devo ancora vedere una muratora, una carpentiera, una manovalessa, una idraulica, una elettricista, etc…
Ste dementi ritardate hanno veramente rotto il cazzo.
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In compenso, si tratta di mestieri da diversi anni, ormai, sempre più diffusi tra i migranti, in particolare tra i Romeni, gli Albanesi e Arabi.
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Cos’è uno scherzo ?
Femmine albanesi e rumene che fanno le meccaniche, le idrauliche e le carpentiere ?
In quale film ?
Saranno mica appartenenti al sesso maschile ?
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Sono ormai diversi decenni che USA, UK e persino la Russia (e tanti altri paesi) inviano al fronte anche le donne.
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Altra fregnaccia.
Sì, nelle retrovie…
https://www.questionemaschile.org/forum/index.php/topic,13785.msg184449.html#msg184449
https://www.questionemaschile.org/forum/index.php/topic,13785.msg184455.html#msg184455
https://www.questionemaschile.org/forum/index.php/topic,13785.msg184456.html#msg184456
https://www.questionemaschile.org/forum/index.php/topic,13785.msg189803.html#msg189803
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Le prove fisiche attitudinali per l’ingresso nelle FFAA distinguono ovvero alla lettera discriminano fra uomini e donne, poiché ai primi sono richiesti parametri più elevati che alle seconde, naturalmente per favorire l’aumento della presenza femminile. Si tratta di una misura di per sé iniqua, poiché prevede una diversità per categorie in un concorso pubblico, ed irrazionale totalmente sul piano dell’efficienza bellica, poiché fa entrare nell’esercito, nell’aviazione, nella marina persone di sesso femminile con capacità atletiche inadeguate ad un contesto bellico. Ad esempio, la simulazione dell’armamento di una mitragliatrice per un uomo richiede un manubrio di 20 kg in un tempo massimo di 60 secondi, per una donna un manubrio di 10 kg (la metà!) in un tempo massimo accresciuto ad 80 secondi. Le conseguenze di questo nel caso di operazioni militari sono evidenti. / Buon ultimo, il personale che esegue quotidianamente lo sparo a salve sul Gianicolo proviene dal reggimento d’addestramento del Comando Artiglieria! Allora una donna del reggimento d’addestramento del Comando Artiglieria non è capace di tirare una corda del cannone (un obice, mi pare dal video) ed azionare il percussore? E’ come se un membro, ad esempio, di un reparto di fanteria fosse incapace di caricare un fucile, o se un carrista si rivelasse impotente a sollevare il portellone di un carro armato, od un alpino di marciare in montagna. E’ fuori da ogni logica militare e da ogni possibile giustificazione.
Alcuni dati antropologici. In oltre il 90 % delle civiltà conosciute, passate od attuali (il riferimento è al famoso atlante etnografico di Murdock, che cataloga le civiltà conosciute dalla più remota antichità sino a pochi anni fa), le donne non combattono. Nelle rimanenti, se e quando lo fanno, hanno un ruolo limitato. Restando in anni recenti ovvero in guerra moderna, donne furono impiegate in reparti da combattimento nell’Armata Rossa nel secondo conflitto mondiale, nell’esercito israeliano nella prima guerra nazionale. Dopo questi conflitti, in cui le donne furono adoperate per estrema esigenza di personale, gli stati maggiori d’entrambi gli eserciti decisero sulla base dell’esperienza acquisita di toglierle dai reparti di combattimento. Lasciamo da parte il fatto che le donne sono state fatte entrare nei reparti di combattimento Usa contro il parere degli ufficiali operativi e degli addestratori e per pura volontà politica. Etc. La questione poi non si limita all’aspetto atletico, poiché anche quello psicologico ha una sua rilevanza. Ad esempio, le donne soffrono maggiormente in media della cosiddetta “battle neurosis” ovvero lo “stress da combattimento”. che si può considerare l’usura psicologica indotta dal combattere.
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Tratto da: IL MITO DEL POTERE MASCHILE, di Warren Farrell.
Le «celle di vetro» del sesso a completa disposizione
4 Le professioni mortali: «Il corpo è mio, ma non lo gestisco io»
Gli uomini non sono esseri viventi ma esseri facenti.
Sentiamo ripetere spesso che le donne sono relegate a fare lavori malpagati, senza sbocco, in ambienti di lavoro miserabili come le fabbriche. Ma allorché The Jobs Related Almanac classificò 250 mestieri, dal migliore al peggiore, basandosi su una combinazione di fattori come stipendio, stress, ambiente di lavoro, prospettive, sicurezza e fatica fisica, si rilevò che 24 dei 25 mestieri peggiori erano svolti quasi esclusivamente da maschi.
Qualche esempio: camionisti, lattonieri, conciatetti, costruttori di caldaie, boscaioli, carpentieri, muratori o capisquadra, operatori di macchinari per l’edilizia, saldatori, costruttori di mulini, metallurgici. Questi «mestieri peggiori» hanno tutti un elemento in comune: dal 95 al 100 per cento toccano agli uomini.
Ogni giorno muoiono sul lavoro tanti uomini quanti mediamente ne morivano in Vietnam in una giornata. In sostanza, gli uomini sono chiamati tre volte alla leva: per tutte le guerre, come guardia del corpo gratuita e per tutti i mestieri pericolosi, o «professioni mortali». Gli uomini si sentono sempre psicologicamente richiamati.
Come le donne forniscono l’utero per creare i bambini, spesso gli uomini forniscono il grembo finanziario per mantenere i bambini. Molti sono spinti a scegliere professioni mortali proprio per fornire questo grembo finanziario. Il motto non detto delle professioni mortali è: Il corpo è mio, ma non lo gestisco io.
Le professioni mortali: la più grande «cella di vetro» degli uomini
«Nel 94 per cento degli incidenti mortali sul lavoro sono coinvolti gli uomini.»
«Negli Stati Uniti il tasso di mortalità maschile sul lavoro è dalle tre alle quattro volte superiore a quello del Giappone. Se negli USA il tasso fosse quello giapponese, salveremmo ogni anno la vita di circa 6000 uomini e 400 donne.»
«Negli Stati Uniti c’è un solo ispettore che controlla la sicurezza delle condizioni di lavoro per ogni sei addetti al controllo della pesca e della caccia.»
«Negli Stati Uniti la sicurezza sul lavoro non è ancora uno dei corsi richiesti per conseguire un master in economia.»
«Nel corso di ogni ora lavorativa, un operaio edile perde la vita negli Stati Uniti.»
«Più un mestiere è pericoloso più è massiccia la presenza di uomini. Alcuni esempi:
Occupazioni pericolose
Pompieri 99% maschi
Taglialegna 98% maschi
Camionisti 98% maschi
Operai edili 98% maschi
Minatori 97% maschi
Occupazioni sicure
Segretari 99% femmine
Receptionist 97% femmine
Uno dei motivi per cui i mestieri svolti dagli uomini sono meglio pagati, è che sono anche più pericolosi. Il supplemento di paga potrebbe essere definito «indennità per la professione mortale». E, nell’ambito di una data professione mortale, quanto più
un incarico è pericoloso tanto più probabilmente sarà affidato a un uomo.
Entrambi i sessi contribuiscono a creare quelle invisibili barriere che poi tutti e due sperimentano. Esattamente come il «soffitto di vetro» descrive l’invisibile barriera che tiene le donne lontane dai mestieri meglio pagati, così la «cella dì vetro» descrive l’invisibile barriera che costringe gli uomini ai mestieri più pericolosi.
Il popolo delle celle di vetro sta attorno a noi. Ma poiché sono i nostri uomini di seconda scelta, li rendiamo invisibili. (Quante volte abbiamo sentito dire a una donna: «Ho conosciuto un dottore…» ma mai: «Ho conosciuto uno spazzino…»)
IL MITO DEL POTERE MASCHILE, di Warren Farrell.
Il fattore industrializzazione
«Più una società diventa industrializzata, più la speranza di vita dei due sessi aumenta. Ma l’industrializzazione accresce la speranza di vita delle donne in misura quasi doppia rispetto a quella degli uomini.»
Nelle società preindustriali (per esempio, l’Italia e l’Irlanda nel diciannovesimo secolo), era normale uno scarto di un anno o due soltanto tra la durata dell’esistenza delle donne e quella degli uomini. Allorché Robert Kennedy Jr. prese in esame i suoi precedenti famigliali, scoprì che le contadine irlandesi all’inizio del secolo avevano una speranza di vita alla nascita inferiore a quella degli uomini. Le donne che vivevano in campagna morivano più di frequente degli uomini di tubercolosi, difterite, polmonite, morbillo, malattie di cuore, ustioni, scottature. Quando le donne si trasferirono in città, come accadde in Inghilterra all’inizio dell’Ottocento, il tasso di mortalità decrebbe di oltre un terzo. Che cos’era accaduto?
Quando donne e uomini hanno all’incirca la stessa speranza di vita, pare che ciò sia dovuto al fatto che le donne muoiono non soltanto di parto (meno spesso di quanto si pensi), ma in misura quasi uguale di malattie contagiose, parassitiche; per scarsa igiene e mancanza d’acqua; per le cure inadeguate, per le malattie provocate dalla denutrizione. Nelle società industrializzate, i decessi prematuri sono prevalentemente causati da malattie scatenate dallo stress che indebolisce il sistema immunitario. Da quando lo stress è diventato il fattore principale, gli uomini hanno cominciato a morire molto prima delle donne.
Il doppio standard dell’industrializzazione
L’industrializzazione strappò gli uomini alla campagna e alla famiglia e li catapultò in fabbrica, allontanandoli dalla fonte degli affetti. L’industrializzazione consentì alle donne di restare legate alla famiglia e, come già osservato, con un sempre minor numero di figli e più comodità, un maggior controllo sulle nascite, meno probabilità di morire di parto e di quasi tutte le altre malattie. Combinandosi, questi fattori fecero sì che le donne vivessero un’esistenza di circa il 50 per cento più lunga nel 1990, rispetto al 1920. Quello che abbiamo voluto chiamare potere maschile, quindi, ha in realtà prodotto il potere femminile. Ha letteralmente dato la vita alle donne. Fu un club quasi esclusivamente femminile che prese il primo treno che portava dalla Rivoluzione Industriale alla Rivoluzione dell’Appagamento.
Il nuovo ruolo degli uomini – che operano lontano da casa – è di per sé sufficiente a indurre entrambi i sessi a far uso della droga, a ricorrere al suicidio e a provocare incidenti. Il risultato è riecheggiato dalla canzone Only the Good Die Young (ovvero, muore giovane chi è buono). Quali sono le due cose che quanti morirono giovani avevano in comune? Pensate a Jim Morrison, Jim Croce, Jimi Hendrix, John Belushi, Janis Joplin, Buddy
Holly, Charlie Parker, Patsy Cline, Elvis, Martin Luther King e i Kennedy. Erano tutti buoni esecutori, e tutti passarono la maggior parte della loro esistenza lontano da casa – distaccati dal loro centro, dalla loro fonte d’amore. In un modo o nell’altro, questo li ha uccisi.
L’industrializzazione fece del lavoro lontano da casa un ruolo maschile. Il fatto che membri di entrambi i sessi che lavorarono lontano da casa furono vulnerabili, ci spiega l’impatto del ruolo sulla biologia.
Forse che oggi le donne non lavorano lontano da casa? Certo, ma con la nascita del primo figlio i due terzi delle donne che lavorano non riprendono il lavoro per almeno un anno. D’improvviso al marito tocca mantenere tre persone invece che una sola. Inoltre, le donne, con quarantatré probabilità in più rispetto agli uomini, abbandonano il posto di lavoro per sei o più mesi per ragioni di famiglia. Ecco le scelte che consentono a una donna di adattare il suo ruolo alla sua personalità, mentre il mandato dell’uomo – lavorare a tempo pieno – non gli offre quella flessibilità necessaria a dare spazio alla sua personalità. Nelle sue aspettative deve darsi da fare e indossare un certo abito, non necessariamente tagliato su misura per lui.
Come mai il gap tra donne e uomini si è leggermente ridotto (da otto a sette anni) tra il 1975 e il 1990? In parte perché le abitudini igieniche degli uomini stanno diventando più costruttive, quelle delle donne più distruttive. Così le donne muoiono più spesso a causa di quella che i cinesi chiamano «la malattia dell’opulenza» – il cancro al seno. Ma le donne lavorano anche più di frequente lontano da casa e soffrono delle malattie connesse allo stress.
D’altro canto, come mai il gap non è diminuito ancora di più? Perché il marito della donna che lavora a tempo pieno lavora tuttora 9 ore la settimana di più fuori casa e negli spostamenti perde 2 ore di più la settimana. Il carico di lavoro offre comunque alla donna un miglior equilibrio tra lavoro e casa. Se il marito è sufficientemente «arrivato», lei può trovare un certo equilibrio non soltanto per la sua personalità ma anche per la fase esistenziale in cui si trova. Le maggiori possibilità di scelta, il maggior equilibrio e la più stretta connessione con la famìglia la tengono in vita sette anni di più.
Pertanto, l’industrializzazione ha ampliato la gamma delle opzioni femminili e isolato di più gli uomini. Con la sua attività da prestigiatore, lei è sempre in stretto contatto con tutto; con la sua attività sempre più intensa, lui perde il contatto con l’amore. Entrambi stanno meglio di prima, ma per lei la connessione crea vita, per lui la separazione crea morte.
«Fare strage» alla Borsa divenne quindi la versione aggiornata del killer-protettore: lui continua a mietere vittime, lei a essere protetta. Ovvero, per essere più precisi, lui protegge meglio entrambi, ma protegge la donna meglio di quanto non protegga se stesso.
Poco tempo fa, parlando con un uomo che di mestiere fa l’installatore di pale eoliche, anche in altri paesi europei (un esempio: i Paesi Bassi), gli ho chiesto se avesse mai visto e conosciuto delle installatrici, quindi delle femmine dedite all’installazione delle summenzionate pale eoliche.
Risposta: “no, ne ho viste alcune in fase di progettazione (cioè delle “ingegnere”), ma ad installarle mai”.
In merito aggiungo: quanti, fra di voi, hanno notizia di femmine che installano i tralicci dell’ alta tensione oppure che lavorano negli spazi confinati ?
Mai vista una.
Mauro, ho un commento in moderazione.
https://europa.today.it/lavoro/morti-lavoro-europa-italia.html#:~:text=La%20media%20comunitaria%20di%20decessi,Croazia%20(3%2C4).
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Morti sul lavoro, un problema non solo italiano. Ma in Ue siamo tra quelli che fanno peggio
In termini assoluti il numero di decessi nel nostro Paese è il secondo dell’Unione dopo quello della Francia, ma in rapporto alla popolazione la situazione è più grave in Romania, Lussemburgo e Lettonia
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Morti sul lavoro, un problema non solo italiano. Ma in Ue siamo tra quelli che fanno peggio
Morti sul lavoro, un problema non solo italiano. Ma in Ue siamo tra quelli che fanno peggio
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Quello delle morti sul lavoro purtroppo non è certo un fenomeno che riguarda solo l’Italia, ma gran parte dell’Europa. Il nostro Paese è però tra quelli in cui la situazione è più grave. Guardando i dati Eurostat relativi al 2018, gli ultimi disponibili in un’analisi più completa dell’ufficio di statistiche europeo, si evince la gravità del fenomeno con il nostro Paese che ha fatto segnare ben 523 decessi, una vera e propria strage, e con solo la Francia che fa peggio di noi con 615. Tra gli altri Paesi più popolosi molte morti ci sono state anche in Spagna (323), e in Germania (397), anche se quest’ultima nazione ha 83 milioni di abitanti, a fronte dei nostri 60, il che rende ancora peggiore la situazione nello Stivale.
La media comunitaria di decessi in incidenti è di 1,77 per ogni centomila lavoratori, mentre noi siamo a 2,25. La proporzione peggiore si riscontra in Romania (4,33), Lussemburgo (4,22), Lettonia (3,27), Bulgaria (3,14), Lituania (3,5) e Croazia (3,4). Sotto la media Ue invece Malta, Slovenia, Polonia, Danimarca e Svezia con il numero di morti che rimane sotto l’uno ogni centomila lavoratori in Finlandia (0,99), Grecia (0,97), Germania (0,78) e Olanda (0,6). Come riporta l’Eurostat nella sua analisi sul 2018 nell’Ue si sono verificati 3,1 milioni di incidenti non mortali, un rapporto di circa 940 incidenti non mortali per ogni incidente mortale. Tra il 2017 e il 2018 si è registrato un aumento del numero totale di infortuni sul lavoro, circa 8. 137 in più (equivalente a una crescita dello 0,3%).
Gli uomini hanno molte più probabilità rispetto alle donne di avere un infortunio e nel 2018, più di due incidenti non mortali sul lavoro su tre hanno coinvolto lavoratori maschi. Come sottolinea l’istituto questa differenza è dovuta soprattutto alla differenza di impiego tra i sessi, e le attività in cui operano, ma anche la maggiore percentuale di occupati tra gli uomini che tra le donne. Ad esempio ci sono molti più incidenti nei settori minerario, manifatturiero o edile, che tendono a essere dominati dagli uomini.
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Hai ragione Andrea, nel mio post sono stato anche tanto “morbido”, ma queste qui dovrebbero veramente fare lavori usuranti, basterebbe un mese a contatto con gli uomini e vedrai che la loro spocchia sparirebbe
https://it.wikipedia.org/wiki/Caduti_del_lavoro
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Germania
In Germania i morti sul lavoro sono passati dai 1752 del 1992 ai 393 del 2016.[7] Nel 2018 il 95,7% di questi erano uomini.[8]
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Argentina
In Argentina i morti sul lavoro sono stati 740 nel 2017 e 689 nel 2018, a fronte di un totale di rispettivamente 580109 e 545907 denunce di infortuni sul lavoro. Nell’anno 2017 il 95% di questi casi ha riguardato uomini, tuttavia se le donne sono morte principalmente in itinere, gli uomini sono morti principalmente sul posto di lavoro.[9] I casi di incidenti sul posto di lavoro e di infermità professionali notificati nel terzo semestre 2020 riguardano per il 67,3% uomini e per il 32,7% donne.
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https://www.mentinfuga.com/infortuni-e-morti-sul-lavoro-in-europa/
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Nel 2020 si è registrata una diminuzione del numero totale di infortuni non mortali sul lavoro nell’UE, circa 405.384 in meno (equivalente a una diminuzione del 12,9 %) e 53 incidenti mortali in meno sul lavoro rispetto all’anno precedente (registrando un – 1,6 %). Di questi incidenti il (66,5%) hanno coinvolto uomini, il restante donne. Facendo un calcolo totale nel 2020, l’Italia risulta prima in questo tragico elenco con 776 casi mortali (+285 decessi rispetto al 2019, +58%).
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Qualche anno fa lessi che anche in paesi come la Svizzera, la percentuale di uomini vittime di incidenti non mortali sul lavoro, era del 75%, mentre in Italia era circa dell’80%.
Comunque la si rigura, in tutti i paesi esanimati sono uomini oltre il 90-95% dei morti sul lavoro e sono sempre uomini la stragrande maggioranza degli infortunati.
Nonostante ciò tocca continuare a leggere le stronzate di queste handicappate mentali di M. (regolarmente supportate dagli scendiletto di sesso maschile), le quali seguitano imperterrite a propagandare realtà e mondi che esistono solo nelle loro menti bacate.
Ne avessi il potere le spedirei tutte in fabbrica, in officina e in cantiere.
Quella che ha scritto quella merda di “articolo” la spedirei subito a fare gli asfalti, in nome delle “pari opportunità” e per ridurre così i “divario salariale” o “gender gap”.
Cazzo, siamo circondati da femmine deficienti.
Mi correggo:
“Ovunque la si rigira…”
Un altro fatto che va evidenziato è che le donne muoiono principalmente in itinere, mentre gli uomini muoiono quasi sempre sul posto di lavoro, in Italia come in tanti altri paesi.
E questi sono fatti non teorie campate per aria, porca troia.
‘Ste stronze non si possono più sentire, hanno la faccia come il culo.
Sulle donne minatrici in Sardegna…. Beh è molto semplice da spiegare. Succedeva, come nelle miniere di talco nel pinerolese. Le donne lavoravano “fuori” dalla miniera perché il materiale estratto dev’essere stoccato e portato lontano. Una sorta di catena di montaggio. La percentuale nulla di morti femmine nelle grandi stragi minieristiche è data dal fatto che sottoterra dove gli spazi sono limitati e la fatica è centuplicata e dove il rischio di crolli è massimo ci vanno gli uomini. Poi sono tutte catalogate come lavoratrici di miniera ma, se per questo, anche negli eserciti c’è un 10% , (nei paesi più avanzato e nella migliore delle ipotesi come dice la disinformata signora del post) ma nessuna in prima linea. Sono nella.l9g8stica, nei servizi,, nella sanità. Importanti per carità ,ma nelle unità di combattimento di prima linea non ce ne sono. Lo stesso in edilizia. La percentuale di donne piegate in edilizia non sta sui ponteggi, ma negli uffici. Se c’è qualcuna è un caso rarissimo.
Questa obiezione pone un problema di metodo in cui si avvita spesso l’ideologia femminista, uscendone con l’ausilio delle sue ben note scorciatoie dialettiche:…quando una variante statistica diviene significativa, tale da poter inficiare un postulato?
In tema di violenza relazionale ad esempio se si controdeduce che “ci sono anche donne che uccidono uomini” ti viene obiettato che sono però una minoranza e che ciò che conta è la serie statistica maggioritaria.
Al contrario, come in questo caso, ad una ristrettissima porzione di lavoratrici donne che svolge (o svolgeva) mansioni tradizionalmente messe in pratica dagli uomini, viene fatta acquisire una significanza tale da annullare l’ipotesi della sacrificabilità sociale maschile o del suo maggior carico delle fatiche.
Sociologia e statistica…non proprio due campi d’indagine caratterizzate da leggi ferree, finiscono così per diventare il campo del possibile.
Più che scienze molli..liquefatte.
Le finalità strumentali per far tornare i conti della Grande Narrazione Femminista sono il corollario entro cui si svolge questa ballo, che obbliga poi tutti a seguirne il ritmo sincopato.
Il tumultuoso sviluppo dei social-media ha finito per costruire una sorta di “sociologia for dummies” in cui siamo stati un po’ tutti risucchiati.
https://www.uominibeta.org/articoli/morti-sul-lavoro-l8-sono-donne/
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15 MAG 2012 | 825 COMMENTI
Morti sul lavoro: il 3% sono donne…
di Saigon2k
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Una tragedia di classe e di genere, quella dei morti sul lavoro, di cui si parla ipocritamente e in modo generico, soffermandosi, quando va bene, solo sul primo aspetto, occultando scientemente il secondo. Evitando cioè di specificare che la quasi totalità delle vittime sono uomini, appartenenti al genere maschile, e poveri, appartenenti alla classe lavoratrice. Perché non si ha notizia di un notaio o di un commercialista rimasti uccisi precipitando dalla loro scrivania, né di un parlamentare o di un giudice cadendo dal loro scranno, né tanto meno di un industriale schiacciato sotto una pressa.
Questi sono i dati tratti dal sito dell’Inail per quanto riguarda l’Italia (verificati nel 2008):
Nel 2004 i morti totali furono 1328 di cui 1225 maschi e 103 femmine.
Dei 1225 maschi, 438 morirono a causa di infortuni stradali (di questi 251 erano infortuni in itinere e gli altri inerenti la tipologia di lavoro)
Delle 103 femmine 62 morirono per incidenti stradali (di cui 54 in itinere)
Nel 2005 i morti furono 1280 (di cui 1193 maschi e 87 femmine)
Dei 1193 maschi 612 morirono per incidenti stradali (di cui 235 in itinere); delle 87 femmine 66 morirono in incidenti stradali (di cui 44 in itinere)
Nel 2006 i morti furono 1341 (1242 maschi e 99 femmine)
Dei 1242 maschi 603 morirono in incidenti stradali di cui 214 in itinere); delle 99 femmine 85 morirono in incidenti stradali di cui 52 in itinere.
Quindi gli infortuni in itinere sono circa il 20% per i maschi mentre salgono al 50% per le femmine. Se consideriamo che la quasi totalità degli autotrasportatori, degli autisti e in generale di coloro che svolgono una professione che prevede lo stare lunghe ore alla guida di un mezzo, sono uomini, è facile capire come in realtà si arriva alla percentuale del 98% di vittime maschili.
Le percentuali sono pressochè le stesse relativamente all’Unione Europea. Paradossale il fatto che, sullo stesso sito dell’Inail (www.inail.it “banca dati al femminile”), viene citata la percentuale di infortuni mortali femminile e non quella maschile che si evince ovviamente sottraendo la prima al totale…
Pensate cosa succederebbe e sarebbe già successo se questa ecatombe sociale e di genere, con cifre paragonabili a quelle di una guerra civile neanche tanto strisciante, fosse stata e fosse a parti invertite. Se cioè a morire sul posto di lavoro fossero le donne e in quella percentuale.
Campagne mediatiche fino all’inverosimile, tuoni e fulmini scagliati contro una insopportabile e vergognosa discriminazione, leggi speciali per evitare alle donne i lavori più pesanti, faticosi e rischiosi. E sarebbe sacrosanto. Guai se non fosse così.
E invece in questo caso c’è un silenzio assordante, come si suol dire. E’ come se tutto questo fosse dato per scontato. E suonano beffardi i titoli dei giornali che mettono in risalto l’aumento degli infortuni sul lavoro per le donne, in percentuale.
Su questo dramma sociale e umano (e maschile) cala il sipario dell’oblio e dell’ipocrisia. Non una parola in tal senso. Se ne guardano bene tutti: politici, media, sindacati, associazioni degli industriali.
La domanda sorge spontanea? Perché? Forse perché questa verità è insopportabilmente vera al punto di spazzare via una “verità” fasulla, quella del privilegio e dell’oppressione maschile sulle donne, sempre, comunque e dovunque? Forse perché questa verità è talmente vera che metterebbe in crisi la vulgata dominante e “politicamente corretta” che racconta di una oppressione a senso unico dell’intero genere maschile su quello femminile?
Noi non abbiamo paura della verità che qualcuno, una volta, sosteneva essere rivoluzionaria. Noi, la pensiamo come lui. Qualcun altro/a ne ha paura.
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Riporto anche questo articolo di Pier Luigi Alba, che a mio parere avrebbe potuto essere un eccellente braccio destro di Rino Barnart, anche nello scrivere libri.
https://www.uominibeta.org/articoli/gender-death-gap-la-strage-rimossa-dei-lavoratori-maschi/
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Capita che m’imbatta in un articolo di Enzo Riboni, giornalista del Corsera, scritto nel dicembre scorso a seguito del rilascio da parte dell’INAIL, dei dati riferiti agli infortuni/morti sul lavoro – periodo gennaio-ottobre 2022.
https://www.corriere.it/buone-notizie/22_dicembre_06/lavoro-che-uccide-tre-morti-ogni-giorno-piu-colpiti-donne-giovani-b63f7b2e-7371-11ed-b14d-1643ca78068e.shtml
Questo il titolo: Il lavoro che «uccide»: tre morti ogni giorno. Più colpiti donne e giovani.
Una sintesi che, per chi non conosce in modo approfondito il fenomeno in oggetto (la stragrande maggioranza dei lettori di quotidiani) appare inequivocabile.
Immaginando si trattasse di un refuso mi inoltro nella lettura e, con nessuna particolare sorpresa, mi rendo conto che si tratta dell’ennesimo articolo indirizzato ideologicamente (il Riboni è convinto assertore della strutturale penalizzazione socioeconomica-lavorativa delle donne nei confronti degli uomini, di matrice femminista *) che, muovendo dalla sovra-valutazione di un modesto dato in termini assoluti, cioè uno scostamento di morti femminili nel periodo in oggetto (+8 unità) finisce per adombrare nel lettore, a mio parere in modo surrettizio e volontario, una rappresentazione deformata della realtà fattuale: numericamente le morti sui luoghi di lavoro infatti, da sempre sono “appannaggio” quasi esclusivo dei lavoratori maschi, rispetto alle lavoratrici femmine.
E quel dato femminile in leggero aumento non rappresenta nessuna sostanziale controtendenza rispetto alla lugubre linearità del dato statistico storico: la mattanza di più di un migliaio di lavoratori di sesso maschile all’anno, ogni anno. Da sempre.
L’equivalente dato storico femminile inoltre, come pure quello comparato riportato nell’articolo, è costituito per la gran parte da morti avvenute durante l’itinere casa-lavoro (incidente stradale).
Una metodologia di raccolta dei dati da parte dell’INAIL che, se trova la sua sacrosanta ragione da un punto di vista giuslavoristico (mi riferisco agli indennizzi economici, poiché si tratta comunque di una fase lavorativa a tutti gli effetti) poco o nulla racconta delle cause profonde di questa drammatica strage di genere (e di classe) da un punto di vista sociologico, che va inquadrata nel feroce modello di produzione del sistema capitalistico occidentale, basato su profitto e produttività.
La sintesi mediatica che emerge dall’articolo di Enzo Riboni porta invece necessariamente, per un lettore non avvertito come è quello dei quotidiani generalisti, a concludere che esista un sostanziale equilibrio tra i due sessi in termini di danni gravi da lavoro (morti ed infortuni) all’interno di dinamiche fluttuanti e significative.
Naturalmente le morti/infortuni delle lavoratrici donne, hanno singolarmente la stessa identica valenza etica e politica di quelle maschili (entrambi appartengono alla medesima categoria sociale) ma è la diversa frequenza degli eventi, ed il suo legame diretto con la cronicizzazione del fenomeno in atto da tempo, a definirne la diversità di lettura (sacrificabilità sociale maschile).
Questo strutturale e significativo dato, lungi dall’essere sottolineato e messo in evidenza da qualche parte nel dettagliato articolo di Enzo Riboni, costruito non solo sulla esposizione dei dati comparativi accompagnati da grafici ed istogrammi (nella versione cartacea) ma anche su un malriuscito ed a mio avviso inefficace tentativo di inquadramento generale del fenomeno (il solito rimando a questioni tecnico giuridiche [insufficienze ispettive e carente quadro normativo] che ovviamente non sono in grado di spiegare l’enorme differenziazione sessuale del dato) finisce per stingersi fino quasi a scomparire agli occhi del lettore di un quotidiano.
Nell’articolo sono rappresentati anche gli scostamenti del dato infortunistico che vedono un netto aumento della casistica femminile rispetto a quella maschile, dato però “distorto” dalla contingente recrudescenza Covid durante il ’22, che ha interessato settori a prevalenza femminile (principalmente servizi).
Anche il fenomeno “laterale” delle morti per malattia professionale diluite nel tempo (e mai correttamente contabilizzate) rimanda ad una preponderanza della percentuale maschile (soprattutto l’Asbertosi).
Gli faccio presente tutto ciò sulla sua personale pagina FB, argomentando e proponendogli di “rimediare” con un articolo in cui si cimenti a spiegare il macroscopico, endemico, inalterato dislivello tra le morti maschili e quelle femminili sui luoghi di lavoro, dato che non può certamente trattarsi di una coincidenza o di una casistica dovuta ad incidentalità. O, come spesso accade, connotarlo attraverso una banale e superficiale lettura di una (seppur vera) mera preponderanza maschile in settori lavorativi ad alto rischio.
Mi risponde dopo qualche ora con tono seccato, ricordandomi che la sua lettura del fenomeno si riferiva al solo dato comparato delle ultime due annualità e che io (“ottuso” e “analfabeta funzionale”) non lo abbia compreso.
Gli rammento che il Corsera non è un media specializzato sul tema degli infortuni/morti sul lavoro e che quindi, in quanto giornalista “cultore della materia” che scrive su un autorevole quotidiano generalista a tiratura nazionale, si deve assumere la responsabilità del linguaggio e delle formule lessicali utilizzate per comunicare quei dati statistici e del taglio operato al pezzo.
Io invece, che sono un “umile lettore”…ed in quanto tale, stando alla retorica del giornalismo contemporaneo, suo unico “editore di riferimento” non posso essere liquidato come incapace di leggere o vittima di un fraintendimento.
Manco a dirlo, saluta frettolosamente e si congeda in malo modo (affermando che non avrebbe perso ulteriore tempo in spiegazioni).
Discorso chiuso anche per me.
Le contrapposte tesi sono li, nero su bianco ed ognuno può farsi la propria opinione.
Il ruolo dei social media lo intendo così.
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Ciò che mi preme estrarre da questo scambio di vedute è mettere in rilievo la metodologia con cui i media strutturano e alimentano nei loro lettori, la cognizione delle realtà sociali.
Evidenziare come non sia necessario “mentire” o divulgare dati “falsi” per manipolarne e sconvolgerne le sembianze.
Disvelare, con un esempio concreto, come l’oggettività nell’attuale sistema informativo sia una chimera ed un inganno il convincere che si possa perseguirla ed attuarla.
La linea editoriale del Corriere della Sera sui temi di genere infatti è nota…e non da oggi.
Non si comprende quindi la strenua difesa del giornalista Enzo Riboni rispetto alle critiche da me mosse al suo profilato articolo, in linea con le sue “legittime” quanto opinabili letture del fenomeno.
Ma anche questo aspetto, la netta chiusura ad ogni forma di contraddittorio per timore di vedere vacillare consolidate narrazioni, racconta a mio parere cosa sia…al vero, il giornalismo d’opinione contemporaneo, fuori dalle edificanti (auto)rappresentazioni del politicamente corretto.
Anche quando si traveste da quello tematico divulgativo.
Sono certo che questo giornale, che cortesemente mi ospita, garantirà all’occorrenza tutto lo spazio che Enzo Riboni richiedesse, per contro-dedurre le mie tesi e le mie affermazioni.
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Questo è un articolo scritto quando avevo un anno.
Non entra nel merito delle differenze tra i due sessi, per quanto riguarda i morti sul lavoro (non lo fanno oggi, figuriamoci se lo facevano nel 1972…), ma lo riporto ugualmente.
chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://salus.adapt.it/wp-content/uploads/2019/10/Gli-infortuni-sul-lavoro-1.pdf
sì Mauro, ma ‘sta cosa che hai scritto ANCHE NO
“Non lo so la provenienza degli incel, ma la provenienza delle femministe è italiana e anche di sinistra fucsia e fighetta che è stata la rovina del pensiero comunista”
non è il femminismo o tizia e caia che hanno rovinato il comunismo, è un’ideologia che era UN DANNO E UN ORRORE fin dal principio, quando certi filosofi “rossi” la scrivevano su carta.
Ho capito che ti piace il comunismo perché pensi che “dava diritti ai lavoratori” (cosa falsissima, visto che nei paradisi comunisti si crepava come delle mosche in inverno) o perché metteva le donne sui trattori o con la zappa in mano, ma la realtà storica oggettiva del comunismo è ben altra.
scusa la domanda provocatoria, ma a te starebbe bene una femminista vera comunista? Basta che si dichiari seguace obbediente di uno Lenin o di un Mao e per te diventa “tua alleata” o “nostra alleata” o “vera comunista col bollino DOC”?
è molto inquietante questo continuare ad osannare “il vero comunismo”, a tuo dire, “rovinato” dalle femministe… guarda che quando Stalin imponeva le sue carestie in Ucraina e zone attigue, non c’era propria nessuna femminista e neanche a braccetto di Mao. Il comunismo è sempre stato DITTATORIALE già in partenza. Lo sarebbe stato anche se il femminismo non fosse mai esistito.
E poi devi ancora indicarmi un pregio che sia uno del comunismo.
No Tommaso ,mi può mostrare tanto di falce e martello, ma se mi dice che gli uomini sono privilegiati ,non è una mia alleata, ma una mia nemica, ma sai cosa noto io ,che con la caduta del muro ,la classe operaia si è impoverita o meglio la forbice tra ricchi e poveri si è allargata, che poi il comunismo non sia stato il paradiso penso che siamo d’accordo tutti